
La Cappella Inghirami

La Conversione di San Paolo

Il Congedo di San Paolo

La Decapitazione di San Paolo
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La Cappella di San
Paolo
Fu fatta costruire da
Iacopo Inghirami Ammiraglio delle Galee dei Cavalieri di S. Stefano,
detto il flagello dei Turchi, che per le numerose vittorie riportate sui
nemici ottenne dal Granduca il titolo di Marchese di Montegiovi. Nel
1606 il 13 agosto, stipulò il contratto con lo scalpellino fiorentino Jacopo
Boldrini per la lavorazione dei marmi necessari alla realizzazione della
sua Cappella.
La lapide sotto la mensa dell’ altare porta la data del 1607 (inizio
dei lavori); l’area fu concessa dai canonici l’8 dicembre 1608 ed è
certo che la Cappella fu completata molto più tardi del 1618. Il
disegno dell’archittettura è attribuito ad Alessandro Pieroni, mentre
il disegno della volta a stucco si deve a Giovanni Caccini ed è in
parte eseguito dal senese Pompilio Boldrini e dell’altro stuccatore
senese Ludovico Chiappini. Gli affreschi vengono concordemente
attribuiti a Giovanni Mannozzi da S.Giovanni (1590-1636) che li avrebbe
eseguiti dal maggio 1620 al 1621.
L’Ammiraglio, costretto dalle sue occupazioni a stare lontano da
Volterra e da Livorno, scelse come collaboratori per seguire i lavori
della Cappella i fratelli Agostino e Antonio, canonici, e lo stesso
nipote, il vescovo Bernardo, dai quali fu coadiuvato con intelligenza.
L’Ammiraglio morì il 3 gennaio 1624 quando la Cappella non era ancora
del tutto terminata: mancavano i quadri delle pareti laterali e le due
statue da porre ai lati dell’ altare.
Gli affreschi e le tele riguardano episodi della vita di S. Paolo a cui
la Cappella è intitolata.
Al centro della volta è ritratto l’Apostolo Paolo mentre disposti a
croce si osservano quattro episodi legati alla sua vita tra loro
separati da quattro vasi con fiori; nei pennacchi della volta sono
infine ritratte quattro virtù che hanno relazione con l’episodio
sopra rappresentato.
Il primo episodio a destra, ritrae S. Paolo che predica nell’
Areopago; la donna che mostra un favo di miele è simbolo
dell’Eloquenza.
Segue la fustigazione del Santo e nella figura che abbraccia la palma è
rappresentata la Costanza.
Nel terzo, S. Paolo approdato a Malta e condotto a riscaldarsi al fuoco,
viene morso da un serpente nascosto fra la legna; la donna che tiene in
mano un bicchiere è l’allegoria dell’Innocenza, che nulla teme.
Nell’ultimo sono raffigurati gli ebrei che vogliono offrire a S. Paolo
sacrifici divini; la figura che calpesta un pavone e guarda in alto
simboleggia l’Umiltà.
Nella lunetta sopra l’altare è raffigurato il corteo per Damasco al
momento in cui S. Paolo cieco e barcollante viene rialzato da terra e
sorretto.
Nel paesaggio è stato riprodotto il Battistero di Volterra, con uno
scorcio della città così come appare anche oggi dalla piazza dei
Ponti, dove sorge l’antico palazzo Inghirami.
A destra, nel gruppo dei quattro personaggi vestiti con tipici abiti
seicenteschi, si è voluto vedere il ritratto dell’ Ammiraglio (il
personaggio al centro che rivolge lo sguardo agli spettatori) e del
fratello Antonio, canonico della Cattedrale.
Ai lati della finestra si vede S. Paolo che guarisce un paralitico e,
dalla parte opposta, il soccorso a Eutico caduto.
Di fronte, ai lati della finestra disegnata, si osserva la guarigione di
Saulo e il battesimo di un individuo. Nella figura di colui che
somministra il battesimo si dice sia ritratto l’altro fratello
dell’Ammiraglio, il canonico Agostino Inghirami.
L’affresco che decora la faccia dell’ arco di accesso presenta una
complessa allegoria: al centro, fra due putti alati che sorreggono
emblemi dichiarativi del fondatore (bastone di comando e un ferro ad
arco per il timone), dentro una cornice ovale, è rappresentata la
visione notturna di un porto di mare con un faro luminoso che
simboleggia la Fede.
A sinistra sono tre donne: una, seduta che si sorregge con le mani
dietro la testa una benda sugli occhi, è il paganesimo che non vuol
vedere; quella sempre seduta con il sole sopra la testa, che cerca di
togliere la benda, simboleggia la religione e la filosofia cristiana,
impedita dalla terza, che simboleggia la Lussuria.
A destra di queste altre tre donne: la prima con una colomba sopra la
testa (religione cristiana); la seconda che alza con la mano uno
scheletro umano che gli si riveste di carne e dietro al quale,
meravigliata, è la terza figura con la testa calva (filosofia epicurea)
e sullo sfondo Giove incatenato che rappresenta l’idolatria.
Sull’altare è posta la tela raffigurante la conversione di S. Paolo
sulla via di Damasco, per la cui esecuzione fu scelto uno dei maggiori
pittori del momento, Domenico Zampieri detto il Domenichino (1581-1641).
Purtroppo il dipinto, forse per l’umidità, fu sottoposto a ripetuti
restauri settecenteschi che hanno asportato la maggior parte della
stesura originaria.
La tela a sinistra dell’ altare, che esprime il congedo di S. Paolo,
fu commissionata dal Priore Agostino Inghirami il 1 settembre 1624 al
pittore fiorentino Matteo
Rosselli (1578-1650).
La tela si ispira al primo e secondo versetto del IX capitolo degli Atti
degli Apostoli e, pur sfruttando schemi abbastanza tradizionali il
pittore riesce felicemente nella resa di alcune figure e soprattutto si
fa apprezzare per una ricchezza di valori cromatici di eccezionale
verismo, come si può notare soprattutto nel brillante velluto rosso del
personaggio in primo piano a sinistra.
Nella parete opposta è collocata una tela raffigurante la Decapitazione
di S. Paolo e il miracolo delle tre fontane eseguita nel 1627 dal
pittore fiorentino Francesco Curradi che, appena esordiente, aveva
eseguito circa un trentennio prima la Natività di Maria per la Cappella
Colaini nella stessa Cattedrale.
Tratto da: Umberto Bavoni, La Cattedrale di Volterra, Edizioni
IFI, Firenze, 1997 |