Il Complesso di San Dalmazio

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Dalla parte opposta, in angolo con Via Borgo Nuovo, si sviluppa l’altro grande complesso monastico di S. Dalmazio. Un tempo formato dalla chiesa, tuttora esistente, anche se chiusa al pubblico, e dal convento, trasformato, in epoche successive in scuola e poi in abitazioni, la struttura venne edificata agli inizi del Cinquecento, come testimoniano il portale d’ingresso della chiesa e quello ogivale in pietra del convento. Compreso tra le mura medievali, l’ex monastero di S. Dalmazio è tra i complessi conventuali volterrani compresi in un sistema chiuso, voluto e costruito appositamente per preservare intatta la integrità delle ospiti dell’edificio. La struttura, oltre alla chiesa e al convento, presenta gli orti e, lungo la Via di Borgo Nuovo, si apre un varco che immette nel pregevole chiostro con il bel loggiato dalle colonne e i capitelli in pietra arenaria. Accanto al chiostro, e facente parte dell’intero complesso, ora di proprietà della famiglia Inghirami, un vecchio frantoio i cui spazi più antichi nascondono volte a botte lunettate.

Fabbricata a spese del Comune e, si dice, su disegno di Bartolomeo Ammannati, la chiesa fu consacrata nel 1547 da Mons. Cherubino Scarpelli. Sull’altare maggiore, fatto di stucchi e dorature, si trova il coro sovrastante la navata, impreziosita da stucchi policromi e con finte architetture di cupole, aperte verso il cielo, su disegno del padre scolopo Leopoldo Dal Pozzo. La chiesa è a tre soli altari: uno a destra, uno a sinistra e l’altare maggiore. Presenta la “Deposizione della Croce”, un olio su tavola centinata, nell’altare maggiore, opera di Giovan Paolo Rossetti, eseguita tra il 1551 e il 1556 e che ritrae anche la monaca suor Elisabetta Incontri, committente del quadro. Un “Noli me tangere”, sull’altare destro entrando, di Giovanni Balducci, come attesta la tela stessa sul fondo; una “Ostensione dell’immagine di S. Domenico”, nella cappella Tozzi-Pini sull’altare sinistro, di Iacopo Vignali e due ovali con storie di S. Benedetto di Giovanni Sagrestani. (A. Cinci, Guida, pp. 138-139). E nel 1525 Tommaso Palacchi dipinse per il refettorio del monastero una “Cena di Gesù con gli apostoli” .

L’intero complesso di proprietà della famiglia Inghirami, appartenne alle religiose della regola di S. Benedetto che, nel 1510, chiesero al Comune di Volterra di trasferirsi in città dalla Villa di S. Dalmazio dove, fin dal 1146, avevano il loro monastero. Nel 1438, un grave incendio danneggiò il sacro luogo e benché papa Eugenio IV avesse promesso tre anni di indulgenza a tutti coloro che avessero contribuito alla ricostruzione del monastero e benché la Repubblica fiorentina, con speciali provvedimenti, fosse venuta loro in aiuto, guerre unite ad altre angherie subite costrinsero le benedettine, ai primi del XVI secolo, ad abbandonare il monastero e a trasferirsi a Volterra. Fu per ”... liberarsi dalle molestie che quegli abitanti ... continuamente gli infierivano, e per allontanarsi dalle frequenti scorrerie che succedevano, che le religiose presero la decisione di abbandonare l’originaria dimora”. (Torrini, pp. 151-153;M. Battistini, Il convento di S. Dalmazio, pp. 49-51). Ciò avvenne nel 1511.

Dai protocolli notarili, già alla fine del secolo XV il monastero non contava un gran numero di religiose. Nel 1484 ve ne erano 14; nel 1486, 10 e nel 1514 solamente 4. Col trasferimento in città il convento rifiorì e nel 1517 venti erano le monache che tenevano il monastero assieme alla nuova badessa Benedetta di Giovanni Battista Incontri. Nel 1526 erano trenta e nel 1565, trentadue per giungere a novantadue nel 1576. (M. Battistini, Il convento di S. Dalmazio, pp. 49-51).

Da quell’epoca in poi in S. Dalmazio si raccolsero le migliori fanciulle volterrane: Incontri, Del Bava, Minucci, Vincenti, Sermolli. Seguendo una regola non strettamente claustrale o comunque non paragonabile a quella del vicino convento delle clarisse di S. Lino, il monastero teneva anche fanciulle in educandato. Ma poiché si trattava di entrare, sulla carta almeno, in clausura, occorreva il permesso della Santa Sede e l’educanda doveva essere maggiore di 7 anni e minore di 25 anni. Le educande abitavano in un luogo a parte, destinato e separato da quello delle religiose, in un dormitorio dove ciascuna ragazza aveva una camera propria. Come le religiose, però, vestivano modestamente e dovevano osservare le leggi della clausura e del parlatorio, non potendo uscire se non a 25 anni, terminata la propria educazione.

Sarebbe lungo esaminare i motivi alla base della creazione di un nuovo monastero. Studi approfonditi sul mondo claustrale femminile, nonché gli stessi documenti dell’epoca, testimoniano il non eccessivo zelo delle religiose nel rispettare le regole dell’ordine. Le ragazze che, fin da piccole, erano collocate in monastero, rappresentavano per la famiglia di appartenenza un impaccio e un pericolo per l’integrità patrimoniale e, di conseguenza, del benessere pubblico. Non dimentichiamo che la quasi totalità delle abitatrici dei conventi apparteneva a famiglie nobili, i cui rappresentanti maschili detenevano le più alte cariche pubbliche. Nella fattispecie la conseguenza naturale fu che la vita delle religiose di S. Dalmazio, come quelle di S. Marco, contrariamente a quelle di S. Lino e di S. Chiara, dove vigeva l’austerità claustrale, non fu di perfette religiose, ma di educande o di pensionanti, per forza, recluse.

Le benedettine di S. Dalmazio vissero, fino al 1612, sotto la regola di S. Benedetto e poi furono aggregate alla congregazione cassinese. Come l’altro monastero di S. Lino, anche quello di S. Dalmazio, nel 1785, fu trasformato dalle leggi leopoldine in Conservatorio e, nel 1786, lo stesso Leopoldo ordinò che patrimonio e religiose fossero aggregati agli altri conservatori della città. Il motuproprio granducale portò 20 monache in S. Lino, 6 in S. Pietro e solo una rimase a S. Dalmazio. Nel 1786, infatti, Pietro Leopoldo ordinava “che le convittrici di S. Dalmazio fossero in libertà di passare in uno degli altri due ordini di S. Lino o S. Pietro o in altri Conservatori o Convitti a loro elezione; che il patrimonio fosse diviso per metà fra i predetti due conservatori; che la fabbrica fosse destinata a rifugio a tutte quelle oblate, dispensandole dal tenere scuola e educazione, riducendosi a semplice convitto di quiete”. (M. Cavallini, p. 108). Nel 1791 lo stabile passò in proprietà a Marcello Inghirami-Fei che vi aprì la sua Scuola Laboratorio.

Se, come si è già accennato, la chiesa nasconde la bella Deposizione del Rossetti, un’altra opera, all’interno dell’edificio, ha fatto parlare molto di sé, per lo meno al tempo della sua, per altro, veloce esecuzione. E’ la volta della cappella principale, affrescata, agli inizi del Settecento, da Ranieri Del Pace. Pittore pisano, dalla critica ricordato come un potenziale brillante autore in rococò del primo Settecento fiorentino, fu chiamato nel 1709 a Volterra dalle suore di S. Dalmazio. A quell’epoca, infatti, le ormai ex-benedettine avevano deciso di ristrutturare la chiesa per renderla “più maestosa e bella”. (E. Carli, p. 110). Ranieri accettò di buon grado, ma la sua bravura e dedizione all’opera commissionata fu turbata e, alla fine offuscata, dalla tremenda gelosia che lo assillava. Causa la moglie, una certa de’ Cecchi, bella e di buoni costumi, che per la mania del marito, era costretta ad essere segregata in casa, rinchiusa dentro un armadio. Geloso anche delle suore, il Ranieri trascinò la moglie anche nella chiesa, dove, sotto l’occhio attento del marito, arrampicata sulle impalcature, seguiva l’opera pittorica. La vigilanza di Ranieri, però, non fu così accorta da evitare gli sguardi, dal basso, dei lavoranti e aiutanti del primo pittore, tanto che le religiose, per far tacere le inopportune chiacchiere e dicerie, sollecitarono Ranieri ad affrettarsi nella conclusione dell’opera che “non passò la mediocrità”.

Per i volterrani la chiesa di S. Dalmazio è la “Chiesa del briaco” perché, in base ad una disposizione testamentaria di un membro della famiglia Inghirami, nel giorno della scomparsa del committente veniva celebrata una messa di suffragio. La funzione, che si svolgeva la mattina molto presto, finì con raccogliere sempre meno persone e soprattutto uomini che, avendo abbondantemente bevuto durante la notte, prima di ritornare a casa, si fermavano in chiesa. Altri invece giustificano il nome con la inebriante passione del committente per il vino. (F. Porretti, p. 241).

Marcello Inghirami-Fei, nipote di Giuseppe Fei, morto senza eredi e diventato lui stesso erede del nome e delle sostanze dello zio, nel 1787, dette origine alla prima scuola di alabastro a Volterra. Già verso la metà del Settecento troviamo una scuola di disegno e Elastica, poi l’Inghirami incrementò lo studio dell’alabastro e del disegno, chiamando da Roma, Napoli e dalla Sicilia, nomi rinomati nel campo. Con lo scopo di “risvegliare nei volterrani il gusto del bello e di farli notabilmente progredire nelle arti scultoree” (A. Cinci, Storia, p. 24), l’iniziatore del moderno Istituto d’Arte dette nuovo impulso e lustro alla scuola. L’Officina dell’Inghirami, inoltre, determinò una nuova fisionomia alla manifattura alabastrina volterrana, sia per l’importanza artistica che il fenomeno assunse, sia per l’ampliarsi della produzione. Inoltre l’Inghirami, con l’escavazione degli alabastri di Castellina Marittima e con la fabbricazione di vasi d’ispirazione classica e moderna, principale attività del laboratorio, avviò a quella tecnica e maestranze, tutte volterrane, famose in tutto il mondo. Nel 1799 l’opera dell’Inghirami, infervorato dalla missione antifrancese in Toscana e animato da un fermo atteggiamento di sfida e di odio nei confronti dei transalpini, ebbe un decisivo arresto. La vittoria francese, poi, dette il colpo di grazia: l’azienda fu costretta a chiudere e Marcello Inghirami, dopo breve periodo, abbandonò Volterra.