Questa strada è dedicata al famoso astronomo Giovanni lnghirami
(1779-1851), membro dell’antica famiglia nobile volterrana e autore della prima
carta geografica della Toscana. A suo nome è stato dedicato anche un cratere
sulla Luna. Collega viale Garibaldi con viale Cesare Battisti.
Strada che collega Viale
Garibaldi con Viale Cesare Battisti. E’ dedicata a quello che è il più celebre
personaggio della famiglia Inghirami. Iacopo (1565-1624) fu per 15 anni il
comandante della flotta dei cavalieri di S. Stefano, la forza navale del
granducato di Toscana, che tenne testa alle marinerie turche e portò
vittoriosamente la guerra nei territori barbareschi. Fu nominato dal granduca
Governatore di Armi e di Giustizia della città di Livorno.
È, dopo Piazza XX Settembre, l’altro spazio urbano alberato che si
costruisce intorno ad una chiesa. Vi si accede da Via S. Lino. La piazzetta è
intitolata a Marcello Inghirami a cui si deve la prima razionale organizzazione
dell’artigianato alabastrino. L’attuale denominazione è abbastanza recente e
Comprende anche quelle case che si trovano sul retro, in quello che, un tempo,
era detto il “Chiostro di S. Francesco”. La presenza della chiesa e di altri edifici
religiosi, oggi non più esistenti, l’avevano fatta designare come “Piazza S.
Francesco” e, ancora più popolarmente, “Prato dei Frati”. (P. Ferrini, Perché
si chiamano così, p. 16). Marcello Inghirami, alla fine del XVIII
secolo, fece risorgere e dette nuova luce alla lavorazione dell’alabastro,
organizzando quella scuola industriale diretta da provetti artisti. Ma
l’esponente della famiglia Inghirami fu al centro di uno degli episodi
storicamente e politicamente più rappresentativi di V olterra. Quando le truppe
francesi invasero il Granducato e tutta la Toscana subì le leggi e i costumi
dei transalpini, accanto ad una minoranza filogiacobina, si sviluppò una più
numerosa e motivata maggioranza di toscani che, al motto di “Viva Maria, viva
Ferdinando III, viva l’Imperatore, giù l’arbore della libertà”, ostacolarono
l’avanzata dei nemici d’oltralpe nel proprio territorio. Marcello Inghirami,
come tanti altri esponenti del patriziato e della nobiltà toscana,
ostinatamente antifrancese, fu il capo prestigioso della rivolta antigiacobina
del 1799. Furono proprio queste vicende politiche e le ire di parte che, in
seguito, determinarono la rovina dell’Inghirami. Dopo gravi danni patrimoniali,
fu costretto ad abbandonare la propria città natale e a morire lontano da
Volterra. (M. Battistini, Volterra, p. 30). L’insegnamento di uno degli
antifrancesi per eccellenza, anche dopo la sua partenza, continuò e nel 1822 la
scuola ottenne un proprio ordinamento. Con la riforma del 1853 e con
l’ampliarsi e il diffondersi dello studio della figura e dell’ornato, del
disegno lineare, della prospettiva, dell’architettura e della plastica, si
pensò ad edificare un apposito locale, diverso e più grande del precedente. Nel
1850, su disegno dell’architetto Paolo Guarnacci, sorse il maestoso edificio, a
fianco della chiesa di S. Francesco. La scuola, oltre a vedere le normali
lezioni ed esercitazioni scolastiche, prevedeva ogni anno gli esami, con
l’esposizione dei lavori, i migliori dei quali venivano premiati, insieme
all’autore con un Diploma speciale e con la medaglia. Oggi l’originaria
Officina Inghirami ha il suo più illustre epigono nell’Istituto Statale d’Arte,
fiore all’occhiello di Volterra, proprio in virtù della preziosa artigianalità
dei suoi artisti e per la qualità della materia lavorata. L’edificio in Piazza
Inghirami che, alla metà dell’Ottocento, accolse la scuola di disegno e
scultura, ha ospitato, nel corso degli anni, numerosi e diversi istituti
scolastici, dal Tecnico Commerciale, al Liceo, alle Magistrali, ai Geometri.
(A. Cinci, Storia, pp. 23-26).
Via dei Marchesi
Questa via collega Piazza dei Priori con Piazza Martiri della Libertà e
la Rampa di Castello. Prende il nome dalla famiglia che possedeva la casa-torre
che si trova all’angolo con Via Matteotti. Della famiglia Marchesi sappiamo
molto poco, conosciamo solamente un Iacopo ai Crescenzo Marchesi che nel 1103
fu eletto consigliere del vescovo Ruggeri, e un Crescenzo che nel 1257 vendette
parte dei boschi del Raone al Comune di Volterra. Anticamente la strada era
divisa in due parti, la parte più a monte era chiamata Via del Vescovo o
del vescovado, perché conduceva in Castello dove si trovava il Palazzo
del Vescovo, tale nome rimase anche dopo la distruzione del palazzo, lo
troviamo infatti citato in un documento del 1498 dove viene ricordata una casa posta
in Via Episcopati per qua itur Castelle, In seguito (secc. XVII-XVIII) venne chiamata
Via degli Inghirami dal nome della nobile famiglia volterrana che vi
costruì il palazzo. La parte più vicina alla Piazza dei Priori veniva chiamata Via
dei Baldinotti, usando il nome di un’altra famiglia nobile volterrana, la
cui casa torre si trova all’angolo con Via Turazza. Le sue traverse sono Vicolo
Mazzoni e Vicolo Guidi sulla sinistra e Vicolo Falconcini sulla destra, a circa
metà del suo tracciato si incontrano Via della Porta all’Arco e Via Matteotti.
In questa via ebbero le loro case anche i conti della Gherardesca, i cui
edifici furono acquistati nel XVII secolo dalla famiglia dei conti Guidi. Alla
fine dell’altro lato di Via dei Marchesi si trova l’ingresso principale del
Palazzo Inghirami. Questo edificio, la cui mole domina questa parte della
strada e la Piazza Martiri della Libertà, fu costruito agli inizi del ’600 dall’ammiraglio
Iacopo Inghirami su disegno dell’architetto Giovan Battista Caccini.
Un’iscrizione, segnata sulla fascia marcapiano che divide la facciata in due
parti, ci informa sull’anno in cui terminarono i lavori:
MARCH. IACOB. INGHIR. CLASSIS MAG. HET. DUCIS PRAEFECTUS A FUNDAMEN.
RESTITUTAS ORNAVIT MDCXV
In questo Palazzo Luchino Visconti girò numerose scene del suo celebre film “Vaghe stelle dell’orsa”, che vide iniziare per Volterra un periodo in cui diversi film e sceneggiati videro protagoniste le vedute dei suoi palazzi e paesaggi. La facciata è strutturata su tre piani. Al centro del piano terra domina il portale in pietra “caratterizzato da un bugnato a sviluppo alternato e radiale, che, internamente, è delimitato da un nastrino e da una fascia piana arretrata, sui quali si sovrappongono, in imposta d’arco ... due bozze lisce”. Il palazzo è circoscritto esternamente da una profilatura di ordine tuscanico. Al di sopra del portale, su una mensola, è appoggiato un busto di Cosimo II, un omaggio dell’ammiraglio al granduca che lo aveva favorito nella carriera e nei privilegi; il granduca è rappresentato con l’uniforme e la croce dell’ordine di Santo Stefano. Ancora al di sopra è collocato un balconcino con ringhiera in pietra. Il portale è affiancato da due finestre inginocchiate con timpano triangolare. Le finestre del primo piano sono a copertura curvilinea e triangolare alternata, mentre quelle del secondo piano sono invece piccole e quadrangolari.
All’interno del palazzo si trova un cortile “impostato su colonne di
ordine tuscanico disposte su tre lati”, murate nelle pareti del cortile vi sono
numerose urne etrusche di proprietà della famiglia Inghirami. Nel complesso del
palazzo è compreso un pozzo che era accessibile a tutti gli abitanti della zona
per attingervi acqua; era considerato la fonte più limpida di tutta la città e
l’affluenza era tale che il turno per prendere acqua era segnato dalla fila di
brocche di rame deposte fin dall’alba.
A fianco di questa costruzione seicentesca si trovava un grande orto sul
quale, nell’Ottocento, fu costruita un’altra ala in stile neogotico. Quest’ala,
che occupa anche parte della rampa di Castello, fu progettata dall’architetto
senese Giuseppe Partini con interventi di Michelangelo Inghirami. E’ impostata
su tre piani, con mura tura a bozze decorate con bugnato, al pianterreno vi è
un portale con copertura ad arco a sesto acuto accanto a due finte porte, al
primo e secondo piano tre bifore coperte da un arco a sesto acuto. Nella parete
vi sono due stemmi della famiglia Inghirami, uno con tre ruote d’oro in campo
azzurro due a una, su un unico campo; l’altro inquadrato: in I e III d’azzurro
a tre ruote d’oro due a una, in II e IV d’oro all’aquila di nero coronata
d’oro.
Questa piazza è stata dedicata a tutti coloro che sono morti per la
libertà del nostro paese. L’attuale denominazione è del 1946, fino ad allora si
chiamava Piazza dei Ponti e, nel catasto del 1670, anche Piazzetta
del Monte; dopo la prima guerra mondiale venne intitolata alle città di Trenta
e Trieste, mentre negli anni ‘30 venne chiamata Piazza della Dogana.
li nome di Ponti fu attribuito perché nel medioevo vi erano dei ponti o
passerelle dai quali si doveva accedere in Castello, questo termine è
documentato fin dal XV secolo. Nel corso del Cinquecento in questa zona venne
costruito un Postribolo di proprietà comunale.
La sistemazione di questo quartiere venne compiuta nel 1826 in occasione
della costruzione del viale dei Ponti, realizzata per favorire il trasporto del
sale da Saline ai magazzini della Dogana del Sale. In quell’occasione fu deciso
anche di abbassare il livello della piazza antistante questo edificio per
portarlo alla stessa altezza di Piazza dei Priori e di Via Matteotti, per
questo motivo furono demolite tutte le abitazioni che si trovavano fra il
Palazzo Inghirami e l’attuale sede del Monte dei Paschi di Siena e parte delle
mura cittadine. Le pietre delle abitazioni e delle mura medievali furono
utilizzate per realizzare la massicciata della strada.
Vi furono numerose rimostranze per i lavori da parte degli abitanti
della zona, che finirono anche in tribunale, ma alla fine la piazza venne
terminata; anche la famiglia Inghirami decise di rimettere mano al proprio
palazzo rifacendo questa facciata laterale in stile più moderno.
Nel tratto di mura che venne demolito con la ristrutturazione di questa
zona si apriva verosimilmente la Porta Balduccia o Gualduccia. Non siamo certi
della sua presenza proprio in questo punto, alcuni storici sostengono che era
un’altra denominazione della porta del Vescovo sul Piano di Castello, ma
numerosi documenti databili fra il 1251 e il 1427 attestano la sua presenza in
una zona posta fra Piazza dei Priori e il Palazzo del Vescovo sul Castello. In
particolare gli statuti comunali prescrivevano che l’acqua piovana delle fogne
di Castello uscisse dalla città attraverso la porta Balduccia, che definiscono
come posta fra le due contrade di Piazza e di Castello. Da questa porta
dovevano partire i ponti e le passerelle che conducevano in Castello e che
dettero nome a questa zona.
Il palazzo che chiude questa piazza, di fronte a quello di proprietà
della famiglia Inghirami, si presenta oggi diviso in due parti, ma fino alla
seconda metà del secolo scorso costituiva un unico complesso. La parte più
vicina a Via dei Marchesi fu ristrutturata in occasione dei lavori del 1826 e,
più di recente, con l’insediamento della filiale del Monte dei Paschi di Siena
nei primi anni di questo secolo. In antico vi si dovevano trovare una o più
case torri del XIII secolo che facevano parte del sistema difensivo
dell’incrociata dei Marchesi, di queste case torri sono oggi rimasti solo
alcuni silos sotterranei per il grano conservati al piano interrato della
banca.
Fino al 1944 vi si trovava un altro edificio, la Dogana del Sale. Si
trattava di un grande magazzino collocato dove ora si trova il parcheggio degli
autobus; venne costruito nei primi anni del XVII secolo ed era destinato alla
raccolta del sale estratto nelle moie prima della sua partenza per Firenze,
dove veniva commerciato. Il deposito fu costruito quando il sale divenne un
monopolio sotto il controllo del granduca, prima di allora l’estrazione e la
vendita erano controllate dal comune di Volterra che possedeva una prima dogana
del sale posta nel Borgo dell’Abate, l’attuale Via Sarti. L’edificio fu
ristrutturato in occasione dei lavori del 1826, in quell’occasione venne
allargato e furono costruite nuove stalle, cisterne e magazzini; negli anni ‘30
fu trasformato in caserma e occupato dalla 89° legione “Etrusca” della milizia
fascista. Fu distrutto il primo luglio del 1944, a seguito di una tremenda
esplosione. Ancora oggi non sono note le cause della tragedia. La caserma aveva
preso fuoco e mentre la popolazione era febbrilmente impegnata a domare
l’incendio l’edificio saltò in aria. In quella deflagrazione, che fu così forte
da catapultare pietre e macerie fino alla Porta all’Arco, morirono otto civili
volterrani. Fu grazie all’opera di volenterosi cittadini che il Palazzo
Inghirami non venne distrutto dall’incendio che si era propagato dalla contigua
caserma e che seguì l’esplosione. Due lapidi affisse al muro spiegano il nome
della piazza e ricordano i morti di quella notte.
Volterra / ai suoi figli migliori / sacrificati nelle carceri fasciste /
caduti sui campi di combattimento / in faccia agli invasori / per costruire la
libertà e l’onore / per riscattare l’Italia
Nella tragica esplosione della caserma / incendiata dai tedeschi /
spinti da coraggioso civico altruismo / morirono il 1-7-1944 / Arnaldo Bianchi,
Nello Costagli, Averardo Fiaschi, Sergio Mendici, Corso Ricci, Renzo Ricci,
GiulioSpinelli, Francesco Raffini / La cittadinanza li ricorderà / ora e sempre
XXV-7-1960
La sistemazione attuale della piazza, realizzata per favorire l’accesso
al centro cittadino, è stata compiuta alla fine degli anni ‘80. In
quell’occasione furono allontanati i distributori di benzina, che da sempre
avevano trovato posto in questa zona, e fu tolto il parcheggio per auto
trasformandolo in un grande e moderno parcheggio sotterraneo dove possono trovare
posto circa 200 vetture a due passi dalla Piazza dei Priori. L’esterno fu
trasformato realizzando un grande terminal per i bus di linea e per gli autobus
turistici dotato di pensilina coperta e ornato tutt’intorno di aiuole. Sempre
su questa piazza è stato collocato un monumento dell’artista volterrano Mino
Trafeli, dedicato a coloro che morirono il 1 luglio del 1944.